martedì 10 luglio 2012
Violenza che non fa male al turismo
venerdì 19 agosto 2011
La libertà dei poveri
“La borsa valori in rialzo. Alto rischio recessione. I listini cercano di ripartire dopo l’avvio nel panico e il tonfo asiatico”. Chiaro no? Comprare e vendere. Fiducia e valutazioni. Creditori e debitori. E dentro ci siamo anche noi. Anche noi che abbiamo avuto il privilegio e la perseveranza di leggere un bel po’ di libri in più rispetto al panettiere ed al barista in fondo alla piazza. Libri che teorizzano modelli economici efficienti, dal profitto assicurato e con sporadici fallimenti del mercato, dove la donna e l’uomo non esistono, ma esistono solo: produttori, acquirenti e consumatori. Ma rispetto al panettiere ed al barista, anche se alla fine il meccanismo quello vero, “la mano invisibile” diceva qualcuno, lo conosciamo poco anche noi, insomma rispetto alla gente della strada, alle chiacchiere da bar, sappiamo che questa è una fase del gioco. Sappiamo anche che le regole del gioco non sta a noi deciderle (il popolo è sovrano!), ma che si accettano perché “se giochi bene e ci sai fare, allora stai meglio di sicuro!” e gli altri, attorno a te, che non sono bravi, non hanno gli affari nel sangue, non vogliono o non sanno truffare, insomma sono onesti o pessimi disonesti, hanno comunque una cosa che li accomuna: le pezze al culo. Il gioco è questo, c’è chi vince e c’è chi perde, non abbiamo deciso noi le regole (il popolo è sovrano!) se non vuoi giocare con queste regole sei libero di morire di fame, di sete e pieno zeppo di malattie. L’importante è che non ti prendi la libertà di ribellarti. La violenza genera violenza. Anche se c’è violenza e violenza. C’è quella di origine controllata e certificata contro quella dell’orto fatta in casa. Fino a quando la Violenza Doc vince sulla Violenza casareccia la maggioranza vince, quindi siamo in democrazia, quindi il popolo è sovrano! E chi si ribella alla Violenza Doc va educato, indottrinato e recuperato, in una cella 3X2 assieme ad altri allievi. C’è solo un corso, anche se gli allievi hanno effettuato percorsi differenti. Un unico corso, in piccole aule. Giorni, mesi, anni di lezioni, per imparare che se giochi seguendo le regole può andarti bene o male, ma comunque potrai prenderti la libertà di calpestare più di 6 metri quadrati.
In Altre Parole: “La libertà dei poveri”
venerdì 8 luglio 2011
La vita dopo il Capitalismo
"Nel 1995, ho pubblicato un libro intitolato “Il mondo dopo il comunismo” (“The World After Communism”). Oggi, mi chiedo se ci sarà un mondo dopo il capitalismo.
Per tale questione non è richiesta la peggiore crisi economica dal 1930. Il capitalismo ha sempre avuto crisi, e continueranno ad esserci. Piuttosto, viene dalla sensazione che la civiltà occidentale è sempre più insoddisfacente, sellati con un sistema di incentivi che sono essenziali per accumulare ricchezze, ma che minano la nostra capacità di godere. Il capitalismo potrebbe essere vicino all’esaurimento delle sue potenzialità per creare una vita migliore - almeno nei paesi ricchi del mondo.
Per "migliore", intendo dire, eticamente migliore, non materialmente. I guadagni materiali possono continuare, anche se le prove dimostrano che non è l’avere di più che rende le persone più felici. Il mio malcontento è rivolto alla qualità di una civiltà in cui la produzione e il consumo di beni superflui è diventata l'occupazione principale di molte persone.
Con questo non voglio denigrare il capitalismo. Era, ed è un sistema eccellente per superare la scarsità. L’organizzazione della produzione in modo efficiente, gestita per il perseguimento del benessere, piuttosto che del potere, ha sollevato una gran parte del mondo dalla povertà.
Ma cosa succede a un sistema del genere, quando la scarsità è stata trasformata in un sacco? Ha solo continuato a produrre di più le stesse cose, stimolando gli appetiti stanchi con nuovi gadget, emozioni ed emozioni? Per quanto tempo può continuare questo? Spendiamo il prossimo secolo sguazzando in banalità?
Per la maggior parte del secolo scorso, l'alternativa al capitalismo era il socialismo. Ma il socialismo, nella sua forma classica, non è riuscito - come doveva. La produzione pubblica era inferiore alla produzione privata per una serie di motivi, non ultimo perché distruggeva la scelta e la varietà. E, dopo il crollo del comunismo, non c'è stata una coerente alternativa al capitalismo. Oltre il capitalismo, a quanto pare, si estende un panorama di ... capitalismo.
Ci sono sempre stati grandi questioni morali sul capitalismo, che potrebbero essere messe da parte perché il capitalismo ha avuto un grande successo nel generare ricchezza. Ora, quando abbiamo già tutta la ricchezza di cui abbiamo bisogno, abbiamo ragione di chiederci se vale la pena evitare i costi del capitalismo.
Adam Smith, per esempio, ha riconosciuto che la divisione del lavoro avrebbe reso le persone più stupide rubando loro competenze non specializzate. Eppure, pensava che questo era un prezzo - forse compensato attraverso l'educazione – che valeva la pena pagare, in quanto l'allargamento del mercato ha aumentato la crescita della ricchezza. Questo lo ha reso un convinto sostenitore del libero commercio.
Gli apostoli di oggi del libero scambio discutono il caso più o meno allo stesso modo di Adam Smith, ignorando il fatto che la ricchezza si è ampliata enormemente dai tempi di Smith. Di norma, ammettono i costi del libero scambio dei posti di lavoro, ma affermano che i programmi di riqualificazione inseriranno i nuovi lavoratori, in posti di lavoro di "alto valore". Questo equivale a dire che anche se i paesi ricchi (o le regioni) non hanno più bisogno dei vantaggi del libero scambio, devono continuare a subire i suoi costi.
I difensori del sistema attuale risponderanno: lasciamo fare tali scelte agli individui per se stessi. Se la gente vuole scendere dal nastro trasportatore, sono liberi di farlo. E un numero crescente, di fatto, "cade giù". Democrazia, significa anche essere liberi di votare il capitalismo fuori dall’ufficio.
Questa risposta è potente ma ingenua. La gente non forma le proprie preferenze in isolamento. Le loro scelte sono incorniciate dalla cultura dominante della loro società. E’ giusto supporre che la pressione costante al consumo non abbia alcun effetto sulle preferenze? Vietiamo la pornografia e limitiamo la violenza in TV, credendo che influenzino negativamente la gente, ma crediamo che la pubblicità illimitata di beni di consumo riguardi solo la distribuzione della domanda, ma non il totale?
I difensori del capitalismo a volte sostengono che lo spirito di avidità è così profondamente radicato nella natura umana che nulla può sloggiarlo. Ma la natura umana è un insieme di passioni contrastanti e possibilità. E’ sempre stata la funzione della cultura (inclusa la religione) quella di favorire alcuni e limitare l'espressione di altri.
Infatti, lo "spirito del capitalismo" è entrato nelle vicende umane piuttosto tardi nella storia. Prima di allora, i mercati per l'acquisto e la vendita avevano delle restrizioni legali e morali. Una persona che aveva dedicato la sua vita a fare soldi non era considerato un buon modello di vita. L'avidità, l’avarizia e l’invidia sono tra i peccati capitali. L'usura (fare soldi da soldi) era un’offesa a Dio.
Fu solo nel 18° secolo che l'avidità divenne moralmente rispettabile. È ormai considerato un modo eroico e disperatamente sano il trasformare la ricchezza in denaro e metterlo a lavorare per fare più soldi, perché in questo modo ne beneficia l'umanità.
Questo ha ispirato il modello di vita americano, dove il denaro parla sempre. La fine del capitalismo significa semplicemente la fine della voglia di ascoltarlo. La gente avrebbe cominciato a godere di ciò che ha, invece di volere sempre di più. Si può immaginare una società titolare di ricchezza privata, il cui obiettivo principale è quello di condurre una vita buona, di non trasformare la loro ricchezza in "capitale".
I servizi finanziari verrebbero ridotti, perché i ricchi non sempre vogliono diventare più ricchi. Come sempre più persone si ritroverebbero con il necessario, e ci si potrebbe aspettare che lo spirito del guadagno perda la sua approvazione sociale. Il capitalismo avrebbe fatto il suo lavoro, ed il movente del profitto avrebbe ripreso il suo posto nella galleria dei ladri.
Il disonore dell'avidità è probabilmente solo in quei paesi in cui i cittadini hanno già più del necessario. E anche lì, molte persone hanno ancora meno di quanto hanno bisogno. L'evidenza suggerisce che l’economia sarebbe più stabile e più felice se la ricchezza ed il reddito fossero distribuiti più equamente tra i cittadini. La giustificazione economica per le disuguaglianze di reddito di grandi dimensioni - la necessità di stimolare le persone ad essere più produttive - crolla quando la crescita cessa di essere così importante.
Forse il socialismo non era un'alternativa al capitalismo, ma il suo erede. Esso erediterà la terra non per espropriare i ricchi dei loro beni, ma fornendo motivazioni ed incentivi per i comportamenti che sono collegati con l'ulteriore accumulazione di ricchezza".
Robert Skidelsky, membro della Camera dei Lord britannica, è professore emerito di Economia Politica presso l'Università di Warwick, autore di una premiata biografia dell'economista John Maynard Keynes.
mercoledì 2 febbraio 2011
“La casa brucia…”, non sono io a dirlo ma il presidente Chirac a Johannesburg. Se nel 1954 Jacques Ellul sembrava un profeta del malaugurio, sappiamo ormai tutti che stiamo andando contro il muro. Non c’è più bisogno di fare la lista delle catostrofi ecologiche presenti e annunciate non è più da fare. Lo sappiamo tutti benissimo, ma non lo realizziamo. Lo scontro non è immaginabile prima che si sia prodotto. Sappiamo anche benissimo quello che bisognerebbe fare; iniziare la decrescita per l’appunto. Ma non facciamo nulla. “Guardiamo altrove…” mentre la casa finisce di bruciare. Bisogna dire a nostra discolpa, che i “responsabili” sia politici che economici ci inducono a questo atteggiamento. Nel frattempo, questi pompieri-piromani gettano ancora olio/petrolio sul fuoco urlando che è l’unico modo per spegnerlo. E continuiamo, dunque, a fare sempre di più la stessa cosa.
Questa posizione “pro-crescita” è largamente condivisa, in fondo, dalla sinistra, compresi gli “altro-mondialisti”, che vedono nella crescita anche la soluzione dei problemi sociali, in quanto crea posti di lavoro e favorisce una ripartizione più equa. L’annuncio trionfale sui giornali della ripresa americana, dei piani di rilancio franco-tedeschi o europei, si basa sui grandi lavori (infrastrutture per i trasporti) che non possono che deteriorare la situazione (in particolare climatica). D’altro canto, siamo colpiti dall’assordante silenzio dei socialisti, dei comunisti, dei verdi, dell’estrema sinistra… Unica vocina discordante, Jean-Marie Harribey, Alain Lipietz e i responsabili di ATTAC (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto) che propongono un “rallentamento della crescita”. Una proposta che parte da un buon sentimento, ma infelice in quanto ci priva sia dei benefici della crescita che dei vantaggi della decrescita…
Serge Latouche
In Altre Parole, citando Jacques Ellul: “Sarà una soddisfazione assolutamente positiva quella di mangiare alimenti sani, di avere meno rumore, di essere in un ambiente equilibrato, di non subire più le limitazioni del traffico…”
Oggi voglio ricordare: Paolo Bongiorno
Uomo e sindacalista ucciso dalla mafia il 27 settembre 1960.
Aveva 38 anni.
Paolo Bongiorno nacque il 30 luglio 1922 a Cattolica Eraclea, paese dove visse fino all’età di 26 anni, insieme ai genitori, ai fratelli e alle sorelle. Figlio di Giuseppe Bongiorno e di Giuseppina Renda, una povera famiglia contadina, il padre faceva “u jurnataru” (lavorava a giornata), la madre era casalinga. Paolo, malgrado la povertà, riuscì a prendere la licenza elementare. Animato da una forte volontà, a scuola imparò a leggere e a scrivere, ma la miseria di quegli anni costrinse sin da ragazzini Paolo e i fratelli a duri lavori in campagna, come quello di raccogliere la liquirizia al fiume Platani per venderla ai commercianti. Nel contempo, quando trovava lavoro, faceva anche lui “u jurnataru”. La licenza elementare acquisita durante gli anni del fascismo, cosa difficilissima all’epoca per i figli dei poveri contadini, fornì a Paolo non solo la capacità di leggere e scrivere, ma anche, crescendo, uno strumento in più per comprendere meglio la realtà sociale e politica del periodo storico che stava vivendo il paese. Superati gli anni da Balilla, obbligatori per frequentare la scuola durante il fascismo, Paolo non si fece imbonire dall’indottrinamento di regime e cominciarono a piacergli le idee socialiste.
Ma nel 1947 Paolo fu costretto ad abbandonare la lotta per la terra poiché i carabinieri lo arrestarono per un reato commesso molti anni prima.
Vi era stato un diverbio tra la sorella di Paolo, Concetta, e una vicina di casa.
Il marito di quest’ultima avrebbe insultato pesantemente la sorella di Bongiorno, Paolo e uno dei suoi fratelli, avuta la notizia, aggredirono il marito della donna. Avvertiti da alcuni vicini di casa, intervennero i carabinieri della locale stazione, Paolo e il fratello furono denunciati a piede libero ma furono poi arrestati nel 1947 e scontarono circa diciotto mesi di carcere.
Paolo Bongiorno si sposò il 22 0ttobre del 1944, con Francesca Alfano. La coppia metterà al mondo sei figli: Giuseppe, Pietro, Giuseppina, Salvatore, Elisabetta e Paolina, quest’ultima nata dopo la sua morte.
Nel 1949, scontata la pena carceraria, Paolo Bongiorno, insieme alla famiglia, da Cattolica Eraclea si trasferì a Lucca Sicula dove già viveva la famiglia della moglie.
Povero e dignitoso, Paolo ricominciò subito a lavorare come bracciante agricolo.
Ma a Lucca Sicula le cose non andavano bene, c’era poco lavoro, duro e mal pagato; anche Paolo scelse la strada dell’emigrazione. Andò a lavorare in Francia come manovale, ma il soggiorno francese fu breve, quaranta giorni circa. La nostalgia per la moglie, i figli e la propria terra richiamò Paolo presto in Sicilia. Ricominciò a lavorare in campagna, riadattandosi a condizioni e paghe di lavoro pietose. Cercava una via di riscatto, senza tentennamenti preferì la strada dell’impegno politico.
Si avvicinò al partito comunista. Paolo Bongiorno, dopo un po’ di tempo di attività nel partito, fu nominato segretario della Camera del Lavoro locale. Con passione, il neo segretario della Camera del Lavoro cominciò ad interessarsi localmente dei problemi che assillavano la categoria dei braccianti. Come tutti i sindacalisti, anche Paolo disbrigava agli anziani le pratiche previdenziali, «una volta una signora rimase talmente contenta di aver ottenuto la pensione che voleva ricompensarlo donandogli una parte della sua prima pensione, ma lui non l’accettò e rifiutò anche i due litri di olio che, come semplice ricordo, la signora gli volle donare e le disse che, se proprio ci teneva, doveva venderlo e portare i soldi alla Camera del Lavoro così gli iscritti avrebbero potuto pagare parte delle spese per tenere attivo l’ufficio».
Ma più cresceva l’impegno di Paolo Buongiorno nella Camera del Lavoro, più crescevano le possibilità che lui non trovasse occupazione. I datori di lavoro evitavano di assumerlo, gli era sempre più difficile, infatti, trovare un’occupazione stabile, eterna vita da precario, da lavoratore a giornata.
L’impegno nel sindacato e nel partito, il lavoro sempre più difficile a trovarsi, la necessità di dover sostenere una famiglia con cinque figli, causarono a Paolo un lieve esaurimento nervoso. «Nel settembre del 1959 diede evidenti segni di nervosismo tanto che si ritenne opportuno farlo ricoverare presso la clinica D’Anna di Palermo, ove permase degente per circa un mese». Dopo un mese di ricovero in clinica Paolo risultò completamente ristabilito e non diede alcun segno di alienazione. Ritornò a lavorare in campagna e al sindacato.
Per lui ricominciarono le minacce. Racconta la sorella Concetta che proprio qualche mese prima che venisse ucciso Paolo, davanti al cimitero di Lucca Sicula, era stato minacciato da due noti mafiosi locali. Oltre all’impegno sindacale e politico, per Paolo si stava avvicinando anche quello istituzionale. Visto l’impegno profuso nel partito sin dal 1944, Paolo Bongiorno fu inserito nelle liste dei candidati del Pci al consiglio comunale per le elezioni del 1960 e, forse, il partito puntava su di lui per la candidatura a sindaco. Fu però assassinato a colpi di arma da fuoco mentre rientrava a casa.
Era la sera del 27 settembre del 1960, Paolo Bongiorno, dopo una riunione del partito, stava rincasando in compagnia del giovane nipote Giuseppe Alfano, leader dei giovani comunisti. Come ogni sera, Paolo, uscendo dai locali della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, della quale era segretario, ritornava a casa attraversando le vie del centro storico del piccolo centro montanaro dell’agrigentino, abitato da circa tremila abitanti. Chiacchierando, zio e nipote avevano già percorso la via Teatro e la via Centrale. Erano le 22:30 circa quando, giunti a pochi metri dall’abitazione, due scariche di lupara, sparate da ignoti killer nascosti dietro lo spigolo di un muro, colpirono alla schiena Paolo Bongiorno. Lui emise un forte grido di dolore e, dopo aver fatto alcuni balzi in avanti, stramazzò al suolo in fin di vita.
In paese era stimato e apprezzato da tutti, ma ad alcune “cricche” cominciava a dare fastidio. Reclamava più diritti sociali, un salario più alto, condizioni e orari di lavoro più dignitosi. In un paese e in un periodo in cui, di diritti, chi doveva, ne concedeva ben pochi. Dunque arrivò anche per Bongiorno il tempo della lupara. Due colpi alla schiena, i colpi di grazia della mafia. Perché chi doveva capire capisse.
A dare l’estremo saluto al valente dirigente politico giunsero il segretario regionale della Camera del Lavoro, Pio La Torre (anche lui, nel 1982, sarà ucciso dalla mafia) e i dirigenti del Partito comunista, Guglielmini e Nando Russo. A porgere le condoglianze ai parenti della vittima, anche l’onorevole socialista Taormina, i dipendenti del Banco di Sicilia e i familiari di Accursio Miraglia, il segretario della Camera del Lavoro Sciacca, ucciso dalla mafia agraria nel 1947, anche alla vigilia delle elezioni.
Fonte: Onore agli eroi